RIO 2016: ANCHE LA PASTA VINCE L’ORO

La foto di Michael Phelps ritratto a bordo vasca mentre si rilassa tra una competizione e l’altra mangiando un piatto di pasta per recuperare le energie indispensabili per una nuova vittoria, ha fatto il giro del mondo.

È questo il segreto del grande campione statunitense che già ai Giochi di Pechino del 2008 dichiarò di seguire una super-dieta da oltre 10.000 calorie al giorno per sostenere la fatica degli allenamenti?

Non possiamo esserne certi ma è innegabile e scientificamente provato che, come sosteniamo da sempre noi di Strategic Nutrition, ritmi del sonno adeguati e alimentazione corretta sono indispensabili per ottimizzare le performances sportive. Così come è certo che i carboidrati hanno ruolo fondamentale nel menù da gara degli atleti di tutte le discipline. La conferma arriva proprio da Rio2016: a Casa Italia e nei punti di ristorazione del Villaggio Olimpico saranno serviti circa 2.700 kg di spaghetti, fusilli, penne, rigatoni per un totale di oltre 1.000 piatti di pasta al giorno.

Ma è sempre stato così?

Facciamo un tuffo nel passato per scoprire i super-food degli sportivi di ieri.

Ai tempi dell’Antica Grecia, gli atleti delle Olimpiadi si tenevano in forma con una dieta basata su cereali, fichi secchi e formaggi molli. Finché, stando a Diogene Laerzio, si voltò pagina puntando tutto sulla carne. Ogni disciplina sportiva aveva la “sua”: carne di capra ai saltatori per le doti “salterine” dell’animale; carne di antilope ai corridori per la velocità; carne di bue ai lottatori per sviluppare colli taurini.

Nell’Antica Roma, nel circo dei gladiatori l’alimentazione iperproteica non riscuote consensi. Lo dimostra un recente lavoro di Fabian Kanz e Karl Grossschmidt, antropologi forensi austriaci che hanno ricostruito la “dieta del gladiatore” a partire dai resti di 67 combattenti rinvenuti in una tomba ad Efeso.

Analizzando i componenti delle ossa, hanno trovato percentuali di stronzio (elemento presente nelle proteine vegetali) doppie rispetto a quelle della popolazione, e basse quantità di zinco (che si trova nelle proteine animali). Quella del gladiatore è una dieta funzionale, studiata per garantire ossa forti, resistenza al dolore e guarigioni rapide dalle fratture. A tavola, focacce dolci d’orzo e cereali per l’energia, infusi di fieno (anabolici e stimolanti), e bevande a base di frutta fermentata, per euforizzare e avvertire meno il dolore. Inoltre mangiavano cipolle e aglio, semi di finocchio, frutta e fichi secchi.

Nel Medioevo, con l’avvento del Cristianesimo, i Giochi Olimpici così come gli spettacoli atletici furono banditi. A farsi portavoce dei valori dello sport è la cavalleria, per esattezza i Templari che nella loro “Regola Templare Latina”, un manuale di vita che dettava norme igieniche e alimentari suggerivano un menù con pochi grassi, poca carne e tanti legumi, pesce e frutta fresca. Da bere, vino di palma diluito con aloe vera e acqua insaporita con agrumi per la vitamina C. Questo regime gli permetteva di superare spesso i 70 anni di età, circa 40 anni in più rispetto alla speranza di vita del tempo (per approfondire leggi il nostro articolo).

Bisognerà aspettare l’800, per un primo approccio scientifico e razionale all’alimentazione applicata all’esercizio fisico. Nel 1842 il chimico Justus von Liebig scrive che “le proteine sono il principale substrato energetico per il lavoro muscolare” gettando le basi delle future diete iperproteiche. Nel 1866, i colleghi Max von Pettenkofer e Carl von Voit arrivano alla conclusione opposta, ovvero che glucidi e lipidi sono il carburante per il lavoro muscolare. Una tesi ribadita, circa 60 anni dopo, dai danesi Christensen e Hansen e che determinerà, dagli anni ’70, il dominio dei carboidrati nella nutrizione sportiva. Venendo a tempi più recenti, per quasi 80 anni, l’immagine tipica dell’atleta era quella dell’americano muscoloso, nutrito a suon di proteine, vedi carne. E fino agli anni Settanta, era così anche in Italia, chiunque praticasse un’attività fisica riso in bianco, bistecca e insalata. La svolta si ha negli anni ’70 del ‘900, dopo le Olimpiadi di Monaco. “Colpevoli”, i nutrizionisti italiani, convinti delle virtù benefiche della dieta mediterranea e dei carboidrati.

Accanto a loro, gli esperti di Finlandia e Svezia che seguendo lo “schema Bersgtrom” (dal nome del medico degli atleti svedesi che lo ha ideato con l’obiettivo di ampliare al massimo lo “spazio” per stivare zuccheri nei muscoli), iniziarono a dare enormi quantità di zuccheri agli atleti prima di gare di lunga durata. La digestione però diventava difficile. A risolvere il problema, arriva la pasta, ovvero carboidrati a lento assorbimento, più gestibili in termini di quantità (mai esagerare con i dolci) e dall’impatto psicologico positivo.

Nel 1976, a Montréal per la prima volta un cuoco italiano, incaricato di cucinare esclusivamente pasta entra nelle cucine del Villaggio Olimpico. Da allora, il “mito” della bistecca vacilla, tanto che a partire da Atlanta ’96 lo chef di casa nostra diventa istituzionale e spaghetti & Co, conditi in modo salutare con sughi “all’italiana”, non mancano mai sulla tavola degli atleti. Rio 2016 ne è la conferma.

RIO 2016: ANCHE LA PASTA VINCE L’ORO

Strategic Nutrition Bologna

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